Creta Grauzaria, introduzione alla montagna.

Grauzaria, montagna del tempo passato.

Di Sergio Liessi, sezione CAI di Spilimbergo

e di Luciano Santin, associazione XXX Ottobre (sezione CAI di Trieste).

Da Le Alpi Venete, Primavera-Estate 2005.

Poiché per le montagne l’altezza è un elemento connotativo fondamentale, in molti c’è la convinzione che quella tra i mille e i duemila metri sia la fascia dell’escursionismo, e solo più sopra si apra quella dell’alpinismo. Una posizione fomentata, nel Nordest, dalla particolare morfologia orografica delle Dolomiti, i cui valichi stradali raggiungono quasi tutti la fatidica quota 2000. Per capire però come a contare sia il monumento e non la base che lo regge, vale la pena di conoscere gruppi che, pur secondari e modesti per elevazione assoluta, hanno un’imponenza e una severità di forme esemplari, ma soprattutto una configurazione alpina che a volte manca sulle addomesticate cime dei Monti Pallidi. Tra questi è la Creta Grauzaria, una vetta simbolo per il Friuli. Sorge, con i suoi 2065 metri, nelle primissime Alpi Carniche, là dove il corso del Fella si innesta sul Tagliamento a definirne i contorni, separandole dalle Giulie.

Colse bene questo aspetto Julius Kugy che ne fece una delle mete preferite per le sue uscite “mordi e fuggi”, in virtù della vicinanza alla linea ferroviaria Pontebbana. (*)

Come per il vicino Sernio, dice: “pur non arrivando ad altezze considerevoli, sa mantenere all’ingiro il più indovinato aspetto di una vetta d’alta montagna”.  La sua silhouette, spesso coperta dallo stesso Sernio e dallo Zuc dal Boor, che si presentano con maggior autorevolezza, sfugge dalla piana udinese, per svelarsi all’imbocco della Val Resia. Dove essa incombe con maestà e forza soggiogante è però nella Val Aupa, che con il Fella, il But e il Canal d’Incarojo perimetra il suo sedime.

Un piccolo mondo alpino fatto di contrafforti boscosi e radi pascoli dai quali, su un anello di ghiaie si alzano pareti, torrioni, creste, nervature e canali precipiti, camini e ballatoi, forcelle, circhi sospesi.

Storicamente, nella zona, fu “la crete”, per antonomasia. Solo nell’800, con il crescente bisogno di definizione dei rilievi, le venne aggiunto il nome del paese che sorge ai suoi piedi, Grauzaria, toponimo che il Gaberscik rimanda a un diminutivo di “grav-ùz”, ghiaia, ipotesi persuasiva visti i fiumi di macereti che manda al piano.

Incardinata al già citato Sernio, dall’aspetto dolomitico e complesso, la montagna affaccia le sue propaggini in faccia all’Amariana, pilastro d’angolo della Carnia.

Oscar Soravito le dedicò una piccola monografia, parlandone come di “un ambiente severo e grandioso”, che “conserva intatto il fascino della montagna e della natura primitiva: un tono rude, tormentato, domina ogni cosa”.  La Creta Grauzaria –  è ancora Soravito che scrive -  si presenta “con una formidabile massa rotta da canali e ghiaioni, sostenuta da formazioni rocciose dalle quali emergono arditi campanili e innumerevoli pinnacoli; in alto le pareti terminali svettano, pulite, aeree”.

A salirla per primi, il 18 giugno 1893, furono Arturo Ferrucci ed Emilio Pico, due “cittadini”, guidati dai Filaferro di Bevorchians: Giovanni, in veste di guida, e Giacomo quale portatore. Fu, probabilmente, una “prima” ascensione vera, perché la cuspide sommitale richiede un breve ma decisivo innalzamento verticale su roccia, appena 2° grado, sufficiente però per precludere la via ai camosci, e di conseguenza ai cacciatori. Questi ultimi avevano sicuramente contezza, invece, dell’intaglio del “Portonat”, varco nel cuore della montagna, a quota 1860, e della “Cengle dal Bec”, che, attezzata alcuni anni fa, consente un lungo, faticoso, ma gratificante periplo del piccolo acrocoro.

Scomparsa Casera Flop, un tempo solo possibile ricovero per gli alpinisti, oggi la Grauzaria dispone di due punti di appoggio. Il primo è il rifugio omonimo, di proprietà della Sezione di Moggio del Club Alpino Italiano, gestito da maggio a ottobre e dove è custodito il timbro di vetta. Sta in alta Val Flop, a quota 1250 m, proprio sotto la Sfinge, lo strapiombante pilastro sul quale sono state tracciate le vie più difficili. L’altro è il bivacco Dionisio Feruglio, realizzato dalla Società Alpina Friulana al centro del Gran Circo, un ripiano detritico a 1700 metri di quota, sotto le pareti orientali.

Per arrivare all’uno e all’altro occorre una discreta scarpinata. Ancora più lungo e selvaggio (per questo poco percorso, ma consigliabilissimo a chi ama la “wilderness”), è il sentiero per il profondo Cjanal di Forcje, che collega il paese di Grauzaria (516 m) al Portonat.

Sulle rocce della Crete sono scritti i nomi di molti che in maggiore o minor misura hanno fatto la storia dell’alpinismo in Friuli. In ordine alfabetico, per non fare torto a nessuno: Paolo Bizzarro, Marcello Bulfoni, Giovanni Cantoni, Napoleone Cozzi (che con Tullio Cepich, l’8 e il 9 settembre 1900, aprì quella che per l’epoca fu la “direttissima”), Riccardo Deffar e Vladimiro Dougan (autori della prima ascensione invernale, il 19 febbraio 1928), Dionisio Feruglio e Cirillo Floreanini, Mario Di Gallo, Gino De Lorenzi e Celso Gilberti, Sergio De Infanti, che il 15-16 maggio 1968, con Antonio Solero vinse il “naso” della Sfinge, Kugy, naturalmente, autore della prima traversata per cresta Sernio-Grauzaria, Sergio Liessi e Roberto Mazzilis e Toni Rainis, Attilio De Rovere, Rodolfo Sinuello, Oscar Soravito, Renzo Stabile.  (Ricordo anche Pietro Nobile, a cui è titolato un suggestivo sentiero alpinistico, difficoltà di 2° grado, che collega il canalone del Portonat alla Forca Nuvienulis, lungo la cresta delle Cime dai Gjai e del Lavinale, ndr).

Tutti hanno voluto lasciare un segno, o forse un pegno. Perché è stata una cima amata e rispettata, la Grauzaria, anche se mai “à la page”.  All’inizio dello scorso secolo Kugy ne descriveva la “rampicata breve e facile, ma tanto graziosa”, e la vista dalla vetta “così bella che questo monte m’ha sempre dato gioia”. Soravito, negli anni ’50, era certo che sarebbe diventata “il punto di ritrovo, la palestra, il banco di prova e trampolino di lancio degli alpinisti nostri”. Non è andata in questo modo, fortunatamente. La frequentazione è calata piuttosto che aumentare e a prevalere, in Friuli, sono state cime e pareti di rapido accesso.

La Grauzaria, così, nello scorrere dei decenni, non è cambiata: sui suoi sentieri, segnati ma non troppo curati (terrò conto di questa valutazione per migliorarne la manutenzione, ndr), e per nulla turisticizzati, così come sulle sue classicheggianti vie in roccia, aleggiano ancora il sonoro silenzio della montagna e un’aura severa e forte che rimandano alla francescana semplicità dell’alpinismo primevo.

Per chi sa goderne, la vera letizia.

(*)   L’efficienza del servizio ferroviario da Trieste e da Udine verso Tarvisio,  per numero di corse e per tempi di percorrenza, attualmente,  non è paragonabile a quella disponibile al tempo di Kugy. Con qualche impegno nell’assemblare le coincidenze tra treni e corriere  e rispettive stazioni e con qualche accorgimento di sopravvivenza metropolitana, Moggio e la Val Aupa si possono raggiungere lo stesso,  anche ai giorni nostri,  con i mezzi di trasporto pubblico, ndr.

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